Rincasavo ogni sera, la via sempre quella,
Fra le insegne spente e un mondo che mi va stretto
Fu un riflesso in vetrina, un’istante modella,
Mi percorse il disagio di guardarmi allo specchio
Con i miei occhi di carta immacolati dal tempo
Con la brama di scriverci una storia diversa
Dentro all’iride scura, dentro al mio silenzio
Svelando la donna e cancellandomi acerba
La solitudine sociale nel rimbombo dei passi
Il silenzio della Kalsa accarezzava l’inverno
Io alla finestra coi lampioni bassi
A illuminare una lacrima nella notte di Palermo
Perché sentirmi nessuno con la voglia di urlare
Muta dentro uno schermo in impietoso imbarazzo,
Mi sfregiò quest’anima protesa a capire:
Tutto era solo vita che mi scorreva accanto
Come una goccia di luce di questi occhi silenti
Accanto a un termosifone volli sentirmi viva
Scivolando incosciente senza imporvi i lamenti,
Senza infliggervi la pena della mia compagnía
E nessuno mi vide cadere per forza
Sfuggire a quel gioco, per colmare una voglia
Con una cintura a frenarmi la corsa
E a tenermi sospesa a volar controvoglia
E nessuno mi vide cadere per forza
Legata a quel gioco ed esser la sua pedina
Con una cintura a frenarmi la corsa,
A tenermi sospesa e a svelarmi bambina
